Destinazione Serbia



Scaricare 29.52 Kb.
14.02.2020
Dimensione del file29.52 Kb.

Serbia, andata e ritorno

di Elena Benoni

Strade sterrate, buche, fango e sporcizia tutt’intorno. Di sera buio. Baracche di mattoni, costruite ad arte e decorate da grandi tappeti colorati su cui gli adulti siedono a discutere e ad oziare e su cui i bambini, dai grandi occhi luminosi e sorridenti, giocano e urlano fino a sfinire le sorelle e le cugine più grandi intente a cucinare il pane.

La tv e la radio, entrambe accese, musica, birra e caffè, turco, sempre pronto all’ebollizione per un ospite benvenuto. Negli spazi comuni, all’aperto, galline, tacchini, cani, ancora bambini che corrono, donne che fanno il bucato e uomini che vanno al mercato sul carro trainato dal cavallo a vendere la “roba”…

Ogni giorno sembrava di trovarsi sul set di un film di Kusturica, invece si era in uno dei quartieri rom di Bujanovac.
9 luglio 2003: volo Milano – Belgrado e poi autobus Belgrado – Vranje – Bujanovac.
Avevo preso un biglietto di sola andata, sicuramente sarei tornata, ma non sapevo quando e come lo avrei fatto. D’altronde in nove mesi chissà quante cose sarebbero potute succedere!

Volevo partire e quello era il momento giusto di farlo.


Dopo essermi laureata in filosofia avevo la certezza che non sarebbe stato facile trovare un lavoro, ma potevo e dovevo continuare ad “inventare” e a “scavare” il mio percorso professionale nella direzione che avevo scelto e che sentivo appartenermi.

Il confronto e l’incontro, alle volte talmente forte da diventare scontro, con l’altro, con una cultura diversa dalla propria, ma anche con chi, pur nella vicinanza, vive situazioni di disagio e di marginalità, sono aspetti che hanno caratterizzato naturalmente la mia vita e che gli studi di filosofia, di antropologia e di storia delle religioni mi hanno aiutato ad approfondire, analizzare e criticare.

Raramente però, confesso, mi era capitato di sentir parlare di Rom1, fino a quando, nel gennaio 2002 sono entrata a far parte di un progetto di ricerca - azione che voleva cercare di conoscere la comunità rom che viveva a Verona per poi capire se e come poterla aiutare. Gli intenti erano buoni, alcuni risultati sono stati ottenuti, ma con fatica e con modalità spesso improvvisate ed improprie, dettate infine solo dal buon senso di qualche operatore.

Dopo un’esperienza così forte e coinvolgente, durata comunque un anno, non sono riuscita a mollare: il mondo che mi si era aperto era talmente complesso e sfaccettato che la mia curiosità, il mio affetto verso questa popolazione e la voglia di capire la sua cultura non erano ancora appagati.

Nonostante in un anno di lavoro sia riuscita a fare i conti con la maggior parte dei miei più biechi pregiudizi, sentivo che, per avere una visione completa della realtà con cui mi stavo relazionando intensamente da tempo, avrei dovuto semplicemente cambiare prospettiva e cercare di guardare il mondo dall’altra parte: solo così avrei compreso molte delle contraddizioni che mi circondavano.
Sapevo che ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà –2 era una “piccola” organizzazione non governativa che lavorava da anni nei Balcani, anche con la popolazione rom3. Li contattai e loro, oltre al fatto, encomiabile, di rispondermi, mi disillusero subito riguardo un possibile lavoro retribuito con loro, ma mi proposero di partecipare al Servizio Volontario Europeo (EVS).4

Bujanovac, cittadina di 50.000 abitanti, una delle più povere città della Serbia, 20 km dal confine con il Kosovo, dove gli scontri tra serbi e albanesi erano cessati solo nel 2001 e dove i rom rappresentano la terza comunità in ordine numerico. Era lì che sarei dovuta andare e rimanere per nove mesi per lavorare all’interno di un progetto di assistenza socio-sanitaria per gli anziani rom sopravvissuti alla persecuzione nazista.


Fu lì che arrivai la sera del 9 luglio 2003.

Sentivo che l’occasione che cercavo era arrivata e sapevo che dovevo coglierla al volo, con tutti i rischi che questo inevitabilmente avrebbe comportato. Si sa, ogni scelta implica una rinuncia. Ne ero consapevole, ma volevo partire e quello era il momento giusto di farlo. Ho pianto molto in quei giorni, prima della partenza dall’Italia, ma fu niente in confronto a quanto piansi dopo nove mesi lasciando la Serbia…


Tu sam5. Safet, detto Fifi (diminutivo di filosofo), mi aspetta alla fermata dell’autobus di Bujanovac. Da subito inizia a parlare un inglese scolastico e macchinoso chiacchierando per ore davanti ad un’insalata e a delle fantastiche polpette di carne ripiene di formaggio.

In realtà il suo inglese non ha nulla da invidiare al mio e per molti giorni è l’unica persona con la quale posso in qualche modo comunicare verbalmente… Subito mi introduce nella sua comunità rom facendomi così entrare discretamente in un mondo complesso e affettuoso, povero ed emarginato ma allo stesso tempo culturalmente ricco e prezioso.


Ho un giorno di tempo per ambientarmi un po’ prima dell’arrivo degli altri volontari che condivideranno con me gran parte di questa avventura e ne approfitto. Seguo Fifi nelle sue attività di fotografo e di educatore, vado in visita ad una famiglia che si prepara alla festa per la circoncisione del figlio maschio, cerco, a fatica, di imparare le prime rudimentali parole di serbo.
Con il passare del tempo ritrovo l’ospitalità del mio nuovo amico in tutta la comunità rom di Bujanovac e in tutti gli sguardi incuriositi dei miei vicini di casa, del commesso del supermercato, di tutti quelli che incontrando per strada ogni giorno (serbi o albanesi che siano), anche se sconosciuti, mi salutano.
Bujanovac è una cittadina apparentemente tranquilla, offre quel poco che una nostra città dell’immediato dopoguerra poteva offrire: alcune botteghe alimentari, un paio di supermarket, tre farmacie ed un mercato che ogni lunedì invade di colori, profumi, animali e persone la parte più esterna della città, vicino alla casa dove abito. Carri trainati da cavalli, auto rumorosissime, grida, versi di galline e tacchini pronti per essere spennati e cucinati, albanesi, serbi e rom che si incontrano, che si raccontano, che comprano e scambiano.
Ma la guerra recente e la ancora più vicina guerriglia del 20016 hanno lasciato una ferita visibile in questa città: le strade che mettevano in comunicazione i quartieri sono servite a dividere gli albanesi dai serbi e dai rom e ora ricostruire quelle strade significa intraprendere un processo lento e difficile di pace.
In questa cittadina, nel profondo sud di una martoriata Serbia, a pochi passi dal Kosovo, ci sono una moschea e una chiesa ortodossa, tre cimiteri, in tre punti diversi della città, ci sono due scuole, una per gli albanesi e una per i serbi (e per i pochi rom che riescono ad andare); c’è anche un cinema che funziona solo una volta a settimana e se c’è il numero sufficiente di spettatori; qui c’è ancora un appostamento militare con tanto di auto blindate e “uomini mascherati” che girano per la città e poliziotti che sostano e controllano ad ogni angolo di strada. A Bujanovac negli ultimi anni sono passati moltissimi internazionali chiamati a lavorare per il processo di peacekeeping, ma nessuno di loro è vissuto in città a contatto quotidiano con la gente, d’altra parte può essere molto pericoloso, meglio stare a Vranje7.
Dopo un paio di mesi sono in grado di avvertire il conflitto, quando non anche l’odio, che serpeggiano nei discorsi e negli sguardi delle persone.

Restare “neutra” qui è difficile, tessere le giuste relazioni ed avere atteggiamenti corretti non è così banale, anche una parola può essere in più, anche un invito a cena può essere malvisto e risultare sospetto. E poi io rimango comunque “l’italiana”.


Le mine non sono solo sparse per le colline qui intorno, ma anche in centro può capitare, come è successo a me, di assistere ad una sparatoria. Già, perché tutto quello che succede in Macedonia o nel vicino Kosovo trova eco immediata a Bujanovac.
Questa città potrebbe essere la culla della multietnicità se questa guerra sporca e logorante non avesse fomentato odi e rivalse innaturali tra la gente. Il disordine edilizio, le strade non asfaltate e la sporcizia accumulata in anni di conflitto si rispecchiano nelle vie e lungo la Juzna Morava8 e in alcuni punti sembra addirittura di camminare su una discarica a cielo aperto dove anche l’asfalto è di troppo.
Qui, in questa Bujanovac, Delana, Kafka e Sabina, bimbe dai capelli scompigliati e dai grandi occhi multicolori, giravano scalze per la città sotto il sole caldo d’agosto. Era la festa di San Pantaleone e loro cercavano in tutti i modi di recuperare qualche moneta per fare un giro in giostra e per comprarsi un succo da bere.
Le avremo poi riviste ogni giorno, insieme agli altri, Linda e Denis, Safeta, Bata e Daniela, Safet, Dalibor e Suat e per alcune settimane la loro modalità di relazionarsi con noi rimandava sempre ad una richiesta di soldi nonostante cercassimo di far capire loro che quello che potevamo offrire era altro, era giocare insieme, scherzare, chiacchierare, imparare.
Stare le ore con i piccoli rom in strada veniva spontaneo, ci cercavamo a vicenda e la città ci guardava e tornava a scrutarci, incredula, senza capire e soprattutto senza realmente interrogarsi sul perché questi bimbi fossero in strada e non a scuola. Questi bimbi d’altronde, figli di rifugiati kosovari, rimangono i più poveri dei poveri, i miserabili che anche gli stessi rom, originari di Bujanovac, non considerano.
La continuità e la schiettezza del nostro rimanere in strada accanto a loro, nelle loro famiglie, “ospiti senza riguardo” nelle loro baracche, ha creato tra noi volontari e i nostri piccoli amici un sincero rapporto di fiducia.
E’ nato così il bisogno di avere uno spazio chiuso e caldo dove poter non solo giocare e chiacchierare ma anche imparare a scrivere, a contare e a colorare. Subito cercammo di far venire i bambini rom allo Youth Centre di Bujanovac: in questo centro per ragazzi rom, serbi e albanesi dai 12 ai 25 anni, gestito da Ics e finanziato anche da Unicef, venivano svolte attività ricreative e artistiche con l’obiettivo di creare uno spazio comune e di scambio ed era prevista anche la nostra presenza.
Purtroppo qui l’integrazione è stata tutt’altro che immediata e, nonostante alcuni dei bambini rom avessero non solo le capacità, ma anche l’età per partecipare alle attività del centro, fu chiaro che quel posto non era adatto ad accoglierli: già era difficile garantire l’incontro e la comunicazione tra serbi e albanesi figuriamoci la convivenza con “quei” rom, i più sporchi e i più ignoranti della città!
Il caldo secco e piacevole dell’estate serba lasciò il posto all’autunno. Si prevedeva un inverno freddo e la gente iniziava a fare provvista di legna da ardere. Allora tornò quotidiano e insistente il nostro bisogno di avere un klub tutto per noi, dove poter garantire ai nostri piccoli amici, non solo un po’ di serenità, ma anche una merenda e un luogo caldo alternativo alla strada, almeno per alcune ore.
Dopo aver messo nero su bianco il nostro progetto iniziammo a cercare da soli (anche se comunque sempre supportati da Ics) chi potesse finanziarlo così da recuperare i soldi necessari ad affittare una stanza per i mesi successivi. Trovammo la disponibilità di Osce9 nella figura di una ragazza italiana e da novembre 2003 le attività del klub “Jek, duj, trin” 10 ebbero finalmente un proprio spazio.
I bimbi coinvolti aumentarono fino ad arrivare a ventisei. In realtà nei due quartieri rom della città molti altri bambini e ragazzi avrebbero voluto frequentare il nostro centro, ma avevamo stabilito dei criteri chiari e semplici. “Jek, duj, trin” klub era nato con l’intento di preparare e sostenere i bambini di età dai 6 agli 11 anni ad un inserimento nel mondo della scuola.
L’intento non era quello di sostituire l’istituzione scuola, ma di dare a questi bimbi un’alternativa reale alla strada. Il nostro progetto finì quando noi volontari tornammo a casa e quando la ragazza dell’Osce fu trasferita a Belgrado. Finì quando era in realtà appena cominciato, quando si stavano creando, soprattutto tra la popolazione, le giuste premesse per credere in un possibile, piccolo cambiamento.
Furono proprio gli ultimi mesi di lavoro a Bujanovac i più intensi e quelli più ricchi di soddisfazioni; accanto all’impegno quotidiano con i bimbi rom allo “Jek, duj, trin” klub era ormai diventata costante anche la nostra presenza al klub dove i vecchi rom si ritrovavano ogni giorno per giocare a scacchi e a domino e dove venivano offerti loro una minima assistenza medica e un sostegno alimentare. Su tre delle sei municipalità coinvolte dal progetto in favore degli anziani rom sopravvissuti alla persecuzione nazista (Bujanovac – Vranje – Vraniska Banja) abbiamo pensato ed organizzato un pomeriggio al mese di tombola a premi e un pomeriggio di festa e musica dal vivo. E così, lentamente, oltre ad aver imparato i numeri (in serbo e in romanès) da 0 a 99, sono entrata in relazione con gli anziani testimoni di profonde e commoventi storie di vita e di sofferenza.
Mi sento di affermare che l’esperienza di volontaria fu davvero completa anche se l’idea che avevo maturato prima della partenza era quella di inserirmi in un progetto molto ampio, già strutturato, con un ruolo ben preciso. In realtà non fu così e i primi mesi furono spesi tutti per cercare di ambientarmi e di imparare il serbo, per capire come muovermi delicatamente in una realtà molto diversa da quella a cui ero abituata. Ics, l’organizzazione con cui ero partita, mi lasciò libera di decidere cosa fare e in quale direzione; questo fu in fondo un bene, perché da una posizione marginale da un lato, ma molto ben radicata tra la popolazione locale dall’altro, mi accorsi di avere l’opportunità reale di capire e di criticare molte cose (alcune situazioni non furono gestite bene e molte occasioni non vennero colte). La permanenza in Serbia fu una scoperta e una conoscenza continua, il tessere le giuste relazioni fu il lavoro più difficile e quello che mi diede poi le soddisfazioni più grandi.
Dopo nove mesi, come previsto, sono tornata in Italia. In autobus. Ventiquattro ore attraverso il cuore dell’Europa, con i ritmi e l’andatura lenta di chi si avvicina, sosta per un po’ e poi se ne va portando con sé il sapore dell’incontro imprevisto, lo sguardo incantato su paesaggi tanto vicini quanto sconosciuti, il ricordo indelebile delle persone conosciute, amate, lontane.

C’è stato un momento in cui il desiderio più grande era quello di continuare il progetto con i bimbi rom rimanendo ancora con loro a Bujanovac, c’è stato il momento spaventoso degli scontri in Kosovo a fine marzo del 2004 e la volontà di restare fino all’ultimo, nonostante tutto, per salutare con calma, senza scappare, gli amici, prima di rientrare “definitivamente” in Italia. I saluti e gli arrivederci sono stati lunghi, dilatati nel tempo, commossi, intimi, profondi, ancora oggi ben radicati, presenti ed emozionanti. C’è stato, l’estate scorsa, anche se breve, il ritorno a casa, a Bujanovac: era doveroso tornare e rendere omaggio a quella terra minata eppure tanto feconda; era impensabile andarsene e dire addio, il dolore sarebbe stato troppo grande. Rimane purtroppo la consapevolezza che il canale di scambio è ancora a senso unico verso la Serbia e la sua gente.




  • Per informazioni si vedano i siti: www.icsserbia.org /www.icsitalia.org/www.lunaria.org

  • Per un approfondimento:

Erberto Petoia, “Miti e leggende degli zingari”, Franco Muzio Ed., 2004.

Catherine Lutard, “ Serbia”, Il Mulino, Bologna 1999.

U. Tommasi, M.Cataldo, “Kosovo. Buco nero d’Europa”, ed. Achab, Verona 2004.

Marco Revelli, “Fuori luogo”, Boringhieri, Torino 1999.

Isabel Fonseca, “Seppellitemi in piedi”, Sperling & Kupfer 1999.

Ana Maria Gomes, “Vegna che ta fago scriver”, CISU, Roma 1998.

Nando Sigona, “Figli del ghetto”, Nonluoghi, Firenze 2002.

Luca Bravi, “Altre tracce sul sentiero per Auschwitz”, CISU, Roma 2002.



  • Per uno scambio di idee, commenti, curiosità: elenabenoni@tiscalinet.it

1 Spesso invece avevo sentito parlare di  “nomadi” e di “zingari”, quelli sporchi, ladri, che rubano anche i bambini. D’ora in avanti, quando parlo di “rom” mi riferisco a tutti i gruppi di Rom, Sinti, Kalé, Manus che vivono in Europa da più di mille anni e sono consapevole delle diversità di usi, costumi esistenti tra questi gruppi. Ho imparato a non usare il termine “zingari” che rimanda a pregiudizi secolari e preferisco il termine “rom” che significa semplicemente “uomo”.

2 Per informazioni si veda il sito www.icsitalia.org

3 Si potrebbe a questo punto aprire una lunga parentesi sul come lavorano le  “piccole”  e  “grandi” Ong, specialmente in zone di post-conflitto come sono i Balcani di oggi, analizzando i pregi e i difetti dell’intervento cosidetto “umanitario” , ma si aprirebbe un capitolo troppo lungo e complesso.

4 Per informazioni www.lunaria.org

5 In serbo significa: “sono qui”.

6 Dopo gli scontri del 2001 e dopo le elezioni del luglio 2002 la municipalità serba di Bujanovac è passata sotto un’amministrazione a maggioranza albanese (che rispecchia l’effettiva composizione della città).

7 Vranje è una città che dista circa 30 km a nord da Bujanovac e la sua popolazione è ancora per la maggior parte serba.

8 Affluente del Danubio che nasce in Macedonia e attraversa la Serbia da sud a nord.

9 Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

10 In romanés, la lingua dei rom, significa Club “Uno, due, tre”.





Condividi con i tuoi amici:


©lamedic.org 2019
invia messaggio

    Pagina principale